Il Mago Egizio


Il Mago Egizio

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Firenze, Anno Domini 1886

Nulla di me racconto se non il tormento di ciò che realmente fu il prodigioso passaggio del Pietrificatore su questa nostra misera terra, poichè esso m’accompagna ormai da anni, mi disfa il cervello e m’avvelena il cuor sin dentro le viscere: io l’ombra oscura, il mai vissuto all’occhi del mondo, colui che mai è stato, costretto e contrito nel segreto che perdura una vita intera, sà di Girolamo Segato e ne conobbe con esso la sua arte.

Io testimone indegno e segreto, costretto al silenzio eterno per l’istessa promessa fatta al Sommo Maestro, ho dovuto assistere, non senza dolore e tormento, alla sua fine alla quale potei rispondere solo con il mio silenzio e dove la sola preghiera e le suppliche al Signore mi furono amate amiche e mi portarono sollievo come Frate Francescano per evitare la mia stessa dannazione.

Giovine studente universitario, folgorato immanentemente da quell’illustre personaggio di scenza, curioso per natura e impavido per via della giovinezza, ostinato al punto da non lasciarmi calar d’animo per tutte le volte che il maestro mi respinse, ottenni ciò che volli! Assistere nel totale segreto il Segato, seguendolo come la sua stessa ombra durante tutte le sperimentazioni segantine. 

Così ebbi modo di conoscere I misteri dell’antico Egitto, l’unico nei secoli dei secoli ad unire il mondo del noto all’ignoto, il razionale della scenza all’irrazionale dell’occulto, la medicina all’alchimia e all’esoterico: una miscela tanto affascinante quanto ardimentosa, che sa di genio scentifico e blasfemia, come 

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una madre impietosa che si prende gioco della vita cosi come della morte.

Così fu la pietrificazione dei corpi ; sospendere la natura umana alla pudrefazione delle viscere del corpo ormai in dono alla morte, per renderlo miracolosamente immortale al pari dell’anima!

Oh sommo maestro mio!

Chi poteva permettere tutto ciò? chi realmente poteva consentire che la scenza potesse arrivare così vicina al divino, aprendo cosi con ardita violenza quella porta che divide la vita dalla morte? La scenza dall’occulto? La religione da quella verità acculta sin dagli antichi egizi?

Oh mio illustre, chi mai avrebbe creduto a tutto ciò che ebbi l’ardire di vedere insieme a te?

L’Egitto ha rivelato l’ignoto con la sua pergamena, ce lo ha mostrato, ce lo ha fatto vivere in tutte quelle bizzarre forme ed in esse io mi sono spaventato, perso, esaltato senza accorgermi però meschino, che a tal quisa noi non eravamo più umani!

Ma il male non è figlio dell’ignoto! 

Malasorte fu che in poco tempo coloro che controllano il potere degli umani e controllano questa sciagurata terra ben presto divennero a te avverse!

Senza coscienza, alcuni pervasi dalla cieca invidia, altri invece per celare ciò che il mondo non avrebbe dovuto sapere, coloro che ti avevano tanto elogiato e considerato con la loro falsa eloquenza, ebbene costoro decretarono la tua morte!

Tornato al mio mestiere e all’amore verso la scienza, abbandonati gli umili talari di quell’ignoto Frate Francescano, eccomi, ora dinnanzi alla mia morte, dopo aver così tanto conosciuta e preservata quelle di tanti altri, tornare a quella memoria a narrare senza più soffocar verità in me sepolte, su ciò che fu realmente questo viaggio occulto della pietrificatore su questa terra, primanche che la morte possa disfare il corpo mio e per salvare la mia anima da questo peso si’ potente e insopportabile.

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Per tali motivi che insieme a chi ardirà di leggere questo mio manoscritto, io tornerò a indossare il talare dell’Umile Francescano che m’appartenne in questo mio straordinario e doloroso viaggio.

Anonimo Francescano

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